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“Chiedi alla polvere” e “Aspetta Primavera”: la linea di vini d’autore firmata Contesa

Cupo e “sbandato” con lampi di luce, argentea. Gioioso e sognante in attesa di nuova vita, dorata. Montepulciano e Pecorino. Diversi e uguali per natura. Avvolti in etichetta dalla stessa polvere bianca. E concreta. La stessa che intride l’anima contadina nel mondo (abruzzese) raccontato da John Fante, lo scrittore italoamericano alla ricerca di un posto al sole, l’emancipazione da un destino, l’orgoglio delle radici.

“Chiedi alla polvere” per il Montepulciano d’Abruzzo Doc Riserva Terra dei Vestini. ”Aspetta Primavera” per Abruzzo Doc Pecorino Superiore.

La nuova linea di Vini d’Autore dell’azienda Contesa nasce per esaltare l’appartenenza al territorio: identità forte e tenacia, valori che accomunano da sempre i vitivinicoltori abruzzesi. E nuova consapevolezza nel volersi raccontare al mercato nordamericano “senza complessi, anzi con fierezza, come ha dimostrato Fante con la sua scrittura di respiro internazionale”.

Rocco Pasetti, quarant’anni di viticoltura vissuta, patron di un’azienda gioiello immersa nella campagna vestina, racconta davanti alla nuova generazione ormai pronta, i figli Franco e Perla, del vigneto di Montepulciano oggetto di antica contesa familiare e del Montepulciano d’Abruzzo “presidio culturale da difendere a spada tratta dalle mire egemoniche della Toscana”.

“Il Montepulciano d’Abruzzo rappresenta un’identità che ci appartiene, è un punto di riferimento, la sintesi della nostra storia di vignaioli e contadini”.

“Un sentimento”, insiste Rocco, condiviso dagli abruzzesi attaccati al ventre della Maiella come da quelli che resistono all’ombra del Gran Sasso.

In mezzo la terra. La polvere, appunto. Fare il vino significa coltivare la terra, togliere la polvere dalle scarpe, dai vestiti, dagli usci. E cercare ispirazione come nuovi Bandini, tra i filari di un vigneto. Affinità elettiva con una scrittura epica che rivendica a sua volta le origini, l’appartenenza. Vino abruzzese e letteratura fantiana un connubio fatale, destinato a innovativi percorsi culturali nella reciproca valorizzazione.

“Emozionante” conferma Giovanna Di Lello, direttore artistico del John Fante festival (http://www.johnfante.org) “vedere il profilo dello scrittore originario di Torricella Peligna e i titoli dei suoi romanzi su una bottiglia di vino abruzzese”. “Volontà di restiture”, incalza Rocco.

Restituzione con stile, aggiungiamo noi. L’entusiasmante presentazione – lunedì mattina in azienda, curata nei minimi dettagli dal padrone di casa e culminata tra degustazioni e letture in una consona atmosfera blues – è stata la degna celebrazione di un progetto 100% Abruzzo.

Autoctono. Enologico. Culturale. “Un progetto che nasce sotto i migliori auspici a ottant’anni dalla pubblicazione di “Wait until spring, Bandini” (Aspetta primavera Bandin) e in vista degli ottanta di “Ask the dust” (Chiedi alla polvere) .

Del ricercato “effetto polveroso” ha raccontato Stefano Bracci , autore del packaging delle nuove etichette. “Anche per me un’occasione di conoscere il mondo fantiano e trarne ispirazione partendo dalla lettura di Chiedi alla polvere” ammette“.

Di qui, spiega, per il Montepulciano Chiedi alla polvere un’etichetta tendente al cupo, per quanto attraversata dalla lamina argentea della speranza, il sogno del riscatto. Speranza di rinascita che si fa più evidente sul biancore dell’etichetta contornata di rondini, scelta per il Pecorino Aspetta Primavera.

Da par suo Rocco guida la degustazione e racconta di come può essere un Montepulciano in purezza di collina a quattrocento metri. Tannico e aromatico, vigoroso e ruspante, cioè naturalmente spigoloso e ricco di frutto, “in grado di attraversare qualsiasi condizione meteoclimatica ed essere pronto a regalare intensità al palato.

Non un vino ruffiano che vuole necessariamente piacere a tutti”. Un vitigno “meraviglioso”, sussurra, che non tollera le basse produzioni.

Grappoli selezionati, continua, da vigneto di 80 anni in zona vestina, Catignano, a 420 metri sul livello del mare, allevamento spalliera-guyot , densità 4mila ceppi/ha, resa 100 q,li/ha, vendemmia nella seconda decade di ottobre, macerazione delle bucce per 3/4 settimane, in acciaio per la malolattica, affinamento 36 mesi in botti di rovere di Slavonia, in bottiglia per almeno 12 mesi, 14 di grado alcolico. “Un vino, dico con orgoglio, che vuole rispettare l’identità di un autore, di un’azienda, di un territorio”.

Più gioioso e “sognante” l’abito del Pecorino Abruzzo Doc superiore, in attesa di nuova vita, la rondine (dorata) di primavera. Anche qui uve Pecorino in purezza, produzione Catignano, filare-guyot semplice, vendemmia fine settembre, pressatura soffice, fermentazione in parte in acciaio, parte barrique, maturazione in botte sulle fecce fini con batonnage che nobilita gusto e corpo del vino, naso floreale con tendenza al balsamico, acido-salino in bocca, possibilità di evoluzione di media lunga durata, 14 di grado alcolico.

Pecorino e Montepulciano, yin e yang, caratteri diversi e complementari della stessa energia. Anima contadina, tenace, indomita. I valori della terra d’Abruzzo avvolti dalla stessa polvere bianca.

Archiviata l’idea di mostrare il filmato della bomba d’acqua dei giorni scorsi sulla campagna di Collecorvino, si brinda alla Polvere.

La polvere serve anche a proteggere l’uva, ricorda Rocco, ma nulla può opporsi alla calura estiva devastante che blocca ogni azione vegetativa, dissecca e modifica la vita della pianta e il corso stesso della natura. Anche dopo il dilavamento dei terreni trascinati a valle dalla violenza delle piogge “quel che resta è la tenacia del contadino vignaiolo, la sola arma di difesa rimasta”. “È la possibilità di dire che il vino è il frutto di un’emozione”.

(Articolo di Jolanda Ferrara e foto tratti da VirtùQuotidiane)

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Ismea al Vinitaly: il vino italiano sempre più leader nel mondo

Nel 2017 l’Italia ha mantenuto il primato produttivo internazionale. Nonostante un’annata particolarmente difficile, caratterizzata da una molteplicità di eventi climatici avversi, i 42,5 milioni di ettolitri prodotti hanno permesso all’Italia di posizionarsi prima dei principali competitor: Francia e Spagna.
La struttura produttiva italiana conta 310 mila aziende agricole e quasi 46 mila aziende vinificatrici. Negli ultimi anni si è assistito ad un processo di concentrazione sia a livello di parte agricola, con una superficie media aziendale che supera ormai i due ettari, sia della parte relativa alla vinificazione. Il 50% circa della produzione afferisce al sistema cooperativo.
La produzione vinicola italiana conta su un ricco panorama di 526 riconoscimenti comunitari (Dop e Igp). Positivo è l’incremento di anno in anno delle produzioni certificate che nel 2016 hanno sfiorato i 25 milioni di ettolitri (14,5 milioni di ettolitri Dop, 9,3 milioni di hl di vino Igp imbottigliato e oltre un milione di ettolitri di hl di Igp esportato sfuso). Nonostante questi volumi particolarmente importanti, si sottolinea ancora una forte potenzialità inespressa soprattutto nelle regioni del Sud.
Nel 2017 la superficie a vite, secondo i dati dell’inventario, è stata di 652 mila ettari, l’1% in più sull’anno precedente. Sono soprattutto le regioni del Nord Est, Veneto e Friuli Venezia Giulia ad aver impiantato maggiormente.

EXPORT
L’Italia è il secondo esportatore di vino mondiale, alle spalle della Francia in termini di flussi in valore e della Spagna nei quantitativi esportati.
Le esportazioni italiane hanno raggiunto il record storico dei sei miliardi di euro (+6% sul 2016) con una ripresa anche delle esportazioni a volume attestate a 21,5 milioni di ettolitri. A trainare l’export sono ancora una volta gli spumanti che nel 2017 hanno segnato progressioni ben superiori alla media del settore (+9% a volume e +14% a valore), anche se la crescita del segmento della spumantistica risulta rallentata rispetto agli anni precedenti.
Il settore vinicolo italiano ha un peso del 15% sulle esportazioni agroalimentari italiane che nel 2017 hanno superato i 41 miliardi di euro in aumento del 7% sull’anno precedente.

POSIZIONAMENTO ITALIAN WINE SUI PRINCIPALI MERCATI DI SBOCCO
L’Italia risulta il primo esportatore in volume nei seguenti mercati di sbocco: Usa, Germania, Regno Unito, Svizzera e Canada. Guardando invece ai flussi in valore, le cantine italiane sono prime in   Germania, Russia, Svizzera. Nel Far East, l’export tricolore si colloca al quinto posto sia in volume sia in valore nel mercato Cinese, e ha raggiunto il terzo posto (sia nei quantitativi che nei flussi monetari) in Giappone. Il ruolo dei mercati extra Ue è molto cresciuto nel corso dell’ultimo decennio, passando dal 45% al 49% nel 2017 in valore e dal 27% al 34% nelle quantità.

FATTURATO
Il fatturato dell’industria si stima intorno ai 13 miliardi, il 10% dell’intero settore agroalimentare.

DOMANDA INTERNA
La Domanda interna dopo anni di calo, nel 2015 ha ripreso a crescere fino a superare i 22 milioni di ettolitri del 2016.

(Fonte: Ismea)

Il vino nell’arte del XVI-XVII secolo tra banchetti, nature morte e scene bucoliche

di Annamaria Parlato

Durante il Rinascimento, l’epoca Barocca e il Settecento illuminato, il vino divenne la bevanda per eccellenza delle tavole blasonate di mezza Europa, perdendo parte del suo valore simbolico. Fu sempre presente in ogni evento gastronomico e commercialmente parlando toccò il suo momento più fulgido. A beneficiarne in primis furono le tecniche di produzione, le modalità di degustazione ed il mondo che iniziò a ruotare attorno a questo prodotto. Nel XVI secolo si arrivò a toccare una media di due litri di vino pro capite come consumo annuo, un record mai raggiunto raggiunto prima, nemmeno nell’antica Roma. Come dire: il vino era realmente tornato ad essere un argomento di primo piano, sia economicamente sia culturalmente. In Europa settentrionale invece la birra godette di maggior rispetto, sia in virtù di un retaggio culturale vecchio di secoli, sia per i costi elevati del vino, sia per la presenza del protestantesimo. Con l’Illuminismo il vino fu eletto protagonista assoluto delle tavole dei re e degli imperatori, così come delle locande, stamberghe o delle case di tutto il popolo. Emblema della quotidianità iniziarono anche i primi studi scientifici attorno alla vinificazione. Nel XVII secolo ritornò anche l’interesse per i vini d’annata, ossia per i vini invecchiati, grazie all’impiego di bottiglie di vetro resistente ma scuro, chiuse con tappo di sughero per la conservazione del vino. Bottiglie di vetro trasparente nel XV secolo venivano già prodotte a Venezia, ma raramente per servire a tavola il vino. Verso la fine del XVII secolo in Inghilterra nacque la bottiglia da vino con corpo a bulbo, simile ad una palla, base leggermente rientrante per una maggiore stabilità e collo molto lungo rinforzato da un anello, che serviva a tenere, mediante cordicella, il tappo di carta o pergamena. Con il tappo di sughero l’anello fu portato a livello dell’imboccatura per rinforzare questa parte della bottiglia. Non restò che inventare il cavatappi per estrarre i tappi, tanto che bisognò aspettare fino al 1681 per trovare la prima menzione di un simile oggetto. Nel XVIII secolo la bottiglia passò dalla forma bassa e panciuta a quella cilindrica ed allungata; diminuì il diametro della base, il corpo si sviluppò in altezza evidenziando la spalla. La forma ricavata fu quella per una bottiglia di facile impiego in cantina e conservazione in posizione orizzontale. Nella seconda metà del ‘700 vi fu l’abitudine di decorare i vetri con l’oro le bottiglie con i bicchieri iniziarono a far parte del cosiddetto “servizio da tavola”, per i vari tipi di vino e per l’acqua, divenendo parte importante dell’apparecchiatura. I bicchieri e le bottiglie furono perfino personalizzati con le iniziali del proprietario, inoltre le bottiglie di cristallo con etichette di metallo, d’argento, d’avorio, di madreperla erano sempre più richieste. L’etichetta era leggermente curva per meglio aderire al collo della bottiglia, appesa a mezzo di una catenina, riportava l’emblema araldico della casata. L’arte legata al vino ebbe numerose espressioni tra i secoli XVI e XVIII. Il vino era spesso rappresentato in arte dal dio Bacco protagonista dei Baccanali. Celebre è quello di  Michelangelo Buonarroti in marmo del 1496-7, recante una coppa che pare già farlo sprofondare nell’oblio e affiancato da un satiro abbellito d’uva (al Museo Nazionale Bargello, Firenze). Il “Baccanale” di Tiziano Vecellio (1485 circa-1576) rappresenta Dioniso che approda sull’isola di Andros, accolto da festeggiamenti con personaggi ubriachi. Altri capolavori famosissimi sul tema sono il “Bacchino malato” del 1593-94 c.a. di Caravaggio (Galleria Borghese, Roma), e anche un altro “Bacco” del 1596-97 (Galleria degli Uffizi, Firenze). Guido Reni invece lo rappresentò nel 1623 come un dio-bambino, paffuto e felice (Gemäldegalerie, Dresda). Il vino è presente nell’ “Ultima Cena” di Leonardo Da Vinci del 1494-98, dipinta a parete a tempera grassa su intonaco nell’ex-refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, con un significo prettamente religioso e simbolico collegabile al sangue di Cristo. Nei ritratti immaginari del milanese Giuseppe Arcimboldo (o Arcimboldi), tra cui “l’Autunno” del 1573, l’uva è usata assieme ad altra frutta e ortaggi per riempire la composizione e dar vita a figure bizzarre. Il vino appare come bevanda che arricchisce la tavola de “Il mangiatore di fagioli” di Annibale Carracci (1584 ca, Palazzo Colonna, Roma), accompagnando uno striminzito pasto. Il Seicento presenta raffigurazioni che spaziano dalle nature morte molto complesse a scene umili, in cui vi sono popolani e bicchieri di vino in primo piano, come dimostra l’arte del fiammingo di Delft Jan Vermeer, nota per i colori vividi e cristallini, oltre che per i dettagli definiti in modo maniacale. Ad esempio nella “Mezzana”, dipinto nel 1656 (Gemäldegalerie di Dresda), la bevanda alcolica sembra sfoggiare il suo potere di sciogliere ogni inibizione nella taverna dove a breve si consumerà l’amore mercenario. Un calice di vino è il protagonista della scena raffigurata da Georges de la Tour (1653), intitolata “Il baro” ora a Parigi al Museo del Louvre. Il vino segnò anche l’arte che si sviluppò nell’età dell’Illuminismo e delle rivoluzioni. Grande ammirazione suscitò “La Vendemmia” di Francisco Goya un dipinto del 1786 conservato al Prado di Madrid, che fa parte una serie di quattro dipinti sulle stagioni. L’arte del Settecento si intrecciò anche a quella dei presepi napoletani con molte raffigurazioni di locande e personaggi legati al vino.

Le Marche: vignaioli, terroir, arte e cultura in una App

81 cantine regionali riunite nel Movimento Turismo del vino hanno lanciato una App per promuovere l’enoturismo nelle Marche,  tracciando nuovi itinerari nei luoghi di produzione del vino e dell’arte. Un’iniziativa voluta da Serenella Moroder, presidente regionale dell’associazione che a livello nazionale conta quasi 1000 cantine, selezionate in base al requisito dell’accoglienza enoturistica. Un settore che rappresenta una risorsa economica fondamentale per lo sviluppo dei territori e un efficace strumento per la tutela dell’ambiente.
Il progetto è stato condiviso da molti produttori locali che ora puntano sulla App «per costruire una community territoriale per un’esperienza totale e interattiva: degustazioni, prodotti tipici, ma anche monumenti e siti di interesse culturale e paesaggistico, in una terra che è ormai pronta e attrezzata per affrontare gli enoturisti più esigenti», aggiunge il presidente già assessora regionale al Turismo. A loro disposizione una App gratuita, accurata e completa, sviluppata da un’azienda romana specializzata in analisi dei territori. Uno strumento che avvicina il vino ai suoi cultori, utile ai produttori che possono monitorare il flusso dei turisti, ma soprattutto ai viaggiatori che vi trovano, oltre alle principali informazioni varie anticipazioni sulle suggestioni e sugli itinerari che potranno percorrere nella regione. Con la App del Movimento Turismo del Vino sarà possibile – per ora solo nelle Marche – geolocalizzarsi per individuare le cantine più vicine, impostare il navigatore e farsi guidare fino a destinazione. Poi magari proseguire l’esperienza con un tour. Il dispositivo registra le visite di tutti gli enonauti che nei loro percorsi accumulano punti e conquistano premi. Per i frequentatori più assidui, in palio bottiglie, pranzi e pernottamenti.

Polvere dell’Etna per una etichetta “multisensoriale”

Per rafforzare il forte legame tra il luogo d’origine dei vini Palmento Costanzo e i wine lovers nasce un’etichetta “multisensoriale” realizzata grazie a un pigmento materico totalmente stampabile estratto dalla polvere vulcanica dell’Etna. La consistenza, la materialità del magma solidificato e l’utilizzo del colore,  rievocano l’essenza del territorio in modo così reale da far “toccare” l’Etna anche a chi in Sicilia non è mai stato. Questa è la linea “di Sei” di Palmento Costanzo, un bianco e un rosso che rendono omaggio al sesto vulcano più attivo nel mondo: l’Etna. Il vulcano più grande d’Europa, custode delle storiche viti “ad alberello”, appoggiate su palo di castagno, spinge i wine lovers a percepire le granulosità date dalle luminescenze naturali dei minerali presenti nel pigmento ma racconta anche la qualità di questi vini Etna Doc. La storia di Palmento Costanzo è la storia di un antico palmento del 1790 a Passopisciaro, frazione di Castiglione di Sicilia. La famiglia Costanzo lo ha restaurato attraverso un progetto conservativo,  secondo i principi della bioarchitettura restituendogli la dignità originaria di luogo pensato e organizzato per la produzione del vino. La voglia di valorizzare la propria terra e quel bagaglio di emozioni, di ricordi, generato dall’Etna, hanno spinto la famiglia a impegnarsi nella produzione vitivinicola di un terroir unico nel suo genere. Nei vigneti c’è un tesoro raro e prezioso: un vigneto pre fillossera. Non si tratta semplicemente di viti, piante, ma fiere sculture della natura, in cui è ancora viva la memoria atavica di chi le piantò, un vero e proprio museo a cielo aperto, dove è possibile ricostruire la storia della viticultura etnea.

 

Vinocchio & Uvagina: contro il bullismo omofobico

Bruno Tommassini, proprietario dell’azienda Prodigio Divino insieme al marito Edoardo Marziari, ha avuto l’idea di devolvere gli introiti della vendita dei loro due vini di punta, Vinocchio e Uvagina, alle associazioni impegnate a diffondere una cultura contro il bullismo, soprattutto omofobico.
L’azienda ha sede in Toscana e la coppia, due stilisti di professione, ha iniziato una quindicina di anni fa a produrre vino un po’ per gioco. Come per gioco da poco tempo si è aggiunto un terzo socio, il comico Fabio Canino, che con il suo estro  ha sposato l’idea di trasformare una passione in un qualcosa di utile per la società. Le occasioni nel mondo dello spettacolo, all’insegna della raccolta di fondi, non mancano e la grande soddisfazione nasce nel vedere le facce sorprese delle persone che pensano di fare “solamente” beneficenza senza tante aspettative sul prodotto e poi invece si ritrovano pure a bere un vino buono, di qualità. Questo successo spingerà ad ampliare la produzione e finanziare quelle associazioni che lavorano nelle città e nelle scuole contro il bullismo.È noto che attorno ad un bicchiere di vino nascono grandi affari, nuovi legami e importanti dialoghi: il vino può essere quasi considerato “il collante” tra tante realtà diverse, il simbolo della bellezza che sta nella diversità, o almeno così è nella concezione dell’azienda Prodigio Divino. Con le etichette dai nomi strambi: Vinocchio, un Sangiovese Canaiolo color rosso rubino, e l’Uvagina, un Vermentino Viognier Chardonnay, si sottolinea la volontà di rappresentare la libertà di espressione, che a tavola diventa “libertà di gusto”.

 

Il vino nell’arte e nella cultura del Medioevo

di Annamaria Parlato

Il vino ritenevano gli antichi che avesse la proprietà d’inebriare l’uomo e insieme di accostarlo al divino. Durante il Medioevo con la diffusione del Cristianesimo, il vino si caricò di profonde simbologie. Nei Vangeli la vite e il vino ebbero un importante ruolo e durante la messa esso rappresentò il sangue di Cristo. L’arte dell’Occidente cristiano si muoverà su questo doppio registro. Natura, paesaggio, lavoro dell’uomo, recupero della tradizione classica, e insieme rappresentazione simbolica, allegoria cristiana; tutto ciò ravvisabile nelle raffigurazioni dell’Ultima Cena ma anche immagini del paesaggio rurale, come nella vigna ben coltivata dipinta da Ambrogio Lorenzetti nei suoi Effetti del Buon Governo in Palazzo Pubblico di Siena (1338) o anche dei mesi dell’anno e dei lavori dell’uomo. Il Medioevo è stata un’epoca di grande splendore per il vino e la viticoltura. Quando ancora non si conoscevano il tè, il caffè e gli alcolici, diffusi dopo la scoperta dell’America, il vino era importantissimo nell’alimentazione perché rendeva grassi e floridi, allontanava i mali fisici, dava gusto alla vita, aguzzava i sensi e rendeva l’uomo baldanzoso. Era  una componente importante anche della farmacopea dell’epoca, grazie alle sue virtù terapeutiche utili per la salute. In accordo con le prescrizioni dietetiche di Galeno era valutato come caldo e secco ma queste qualità venivano attenuate quando era annacquato. A differenza dell’acqua e della birra, che erano considerate fredde e umide, si riteneva che un moderato consumo di vino rosso,  aiutasse la digestione, producesse buon sangue e migliorasse l’umore. La qualità del vino differiva notevolmente a seconda dell’invecchiamento, del tipo di uva impiegata e, cosa più importante, dal numero di pigiature con cui era stato ottenuto. Dalla prima pigiatura si ottenevano i vini più raffinati e costosi, riservati ai nobili. Dalla seconda e la terza pigiatura si producevano invece vini di qualità inferiore e con un contenuto alcolico più basso. Il popolino doveva accontentarsi di vini di seconda o terza pigiatura, che potevano essere consumati in abbondanti quantità senza produrre gravi intossicazioni alcoliche. Per i più poveri spesso l’unica scelta a disposizione era bere aceto annacquato. Si usava in chiesa durante le cerimonie religiose, per fini curativi, alimentari. Se sapeva troppo di legno al vino veniva aggiunto dell’allume, altre volte veniva aromatizzato con spezie e frutta varia. La procedura di invecchiamento del vino rosso di buona qualità richiedeva conoscenze specialistiche, nonché costose cantine e attrezzature. In un ricettario del XIV secolo “Le Viandier” si trovano numerosi metodi per tentare di salvare il vino che stava andando a male. Anche il vino speziato e il vin brulé non solo erano molto apprezzati dai ricchi, ma erano anche considerati molto salutari dai medici. Si credeva che il vino agisse come una sorta di diffusore delle sostanze nutritive in tutte le parti del corpo, e che l’aggiunta di spezie esotiche e profumate non poteva che incrementare questa sua caratteristica. Il vino speziato (ippocrasso) solitamente si faceva miscelando comune vino rosso con spezie varie: zenzero, cardamomo, pepe nero, pepe di Guinea, noce moscata, chiodi di garofano e zucchero. Nei secoli bui dell’Alto Medioevo i monasteri garantirono la conservazione e lo sviluppo di una variegata tradizione viticola. Il vino continuò nei secoli successivi ad essere considerato un alimento importante, fonte di calorie per una dieta povera e sollievo dalle fatiche del duro lavoro nei campi per il popolo, raffinato piacere per le élite che continuavano la tradizione greca dei simposi. Per questo motivo vite, uva e vino si ritrovano spessissimo all’interno di opere d’arte, in affreschi e sculture, fra le decorazioni di chiese paleocristiane e pievi romaniche. Il vino ad esempio è rappresentato in un affresco a carattere religioso del 1157 nel collegio di Sant’Isidoro in Spagna, in un monastero sulla via di Santiago de Compostela. Molte raffigurazioni presentano il vino, il lavoro nei campi e le attività legate alla coltivazione della vite e alla vinificazione, nell’arte gotica cortese de XIV e XV secolo. Nella produzione artistica tardogotica in Lombardia si ritrovano immagini nei Libri dei Mestieri, nei Calendari Astrologici e nei Libri d’Ore, raffiguranti la potatura della vite in primavera, la preparazione delle botti in estate, la vendemmia, la pigiatura e la svinatura in autunno. In un calendario del 1411, conservato al Museo Condé di Chantilly, il mese di settembre è raffigurato in una miniatura dei fratelli Limbourg, della scuola franco-fiamminga, attraverso una vigna e alcuni lavoratori impegnati per la vendemmia. Nell’alto Medioevo sono rare le rappresentazioni di banchetti, mentre abbondano scene di agricoltura e trasformazione delle materie prime, tra cui grano, vino e olio. Solo nel tardo Medioevo il vino appare n scene di banchetti, feste, osterie, tavole imbandite. Come ad esempio nelle “Nozze di Cana” del 1475-1490 di Hieronymus Bosch, dipinto conservato a Rotterdam nel Museum Boijmans Van Beuningen. Nel quadro si sta per assistere al miracolo della trasformazione dell’acqua in vino. Cristo è accanto alla sposa che volge lo sguardo in basso. Maria è vestita in un abito scuro con il velo bianco. Le portate si trovano su vassoi sorretti dai servitori. Sono un cigno bianco, simbolo di purezza, e un cinghiale, simbolo del vizio. Sul tavolo sono presenti coltelli, pani, coppe e taglieri di legno. I commensali sono vestiti in abiti contemporanei rinascimentali.

 

Vino e Arte: l’Irpinia protagonista del Natale al Vaticano

 

 

È l’Irpinia, terra di grandi vini, a rinnovare il tradizionale dono di un presepe al Vaticano in occasione del Natale 2017.

Sulla tavola di Papa Francesco per la cena d’inaugurazione sono stati presentati i prodotti enogastronomici più rappresentativi di questa terra preparati da Paolo Barrale, chef stellato del Marennà, il ristorante della cantina “Feudi di San Gregorio” che dal 1986 è simbolo dell’Irpinia enoica e che delizierà i palati dei presenti con i suoi vini. Dal Greco di Tufo, al Taurasi, la Falanghina, il Fiano, e il Rubrato;  gioielli che testimoniano l’impegno che Feudi ha manifestato nel recupero e nella tutela dei vitigni autoctoni e della tradizione nella terra d’origine così come nelle nuove vigne del Vulture e di Manduria diventando una delle più importanti realtà vitivinicole del sud Italia.
Accanto alle prelibatezze tipiche, all’interno dell’iniziativa, che rientra nel progetto “Il turismo religioso in Campania. I percorsi dell’anima”, è stata donata dall’Abbazia di Montevergine, ambasciatrice della devozione delle genti irpine, un importante opera che rappresenterà la Natività in Piazza San Pietro fino al 10 gennaio. Posizionato sul sagrato della grande piazza, il presepe è stato realizzato in stile settecentesco da un laboratorio artigianale partenopeo secondo la più antica tradizione napoletana. E’ composto da 20 pastori di altezza variabile di circa 2 metri in terracotta policroma con occhi in cristallo ed abiti d’epoca con pregiati tessuti ricamati.

 

 

Cantine Aperte a Natale

 

“Cantine Aperte a Natale” è l’evento organizzato in tutta Italia dal Movimento Turismo del Vino che conclude il ricco calendario di manifestazioni annuali dedicate alla promozione della cultura del vino. In Puglia l’appuntamento è per domenica 10 dicembre. Dalle 10 fino a sera, le cantine accoglieranno enoturisti ed enoappassionati in un clima di festa per far visitare gli impianti di produzione, degustare le etichette, acquistare vini, cesti natalizi e prodotti artigianali che daranno più gusto ai brindisi delle feste. Una fitta giornata piena di iniziative organizzate per coinvolgere i visitatori e immergerli nello spirito natalizio. Sei le cantine che hanno aderito all’ iniziativa. Ad aprire i battenti nella zona di Castel del Monte, le aziende Tor de Falchi di Minervino Murge (Bt) e Mazzone di Ruvo di Puglia (Ba). A sud di Bari, Coppi a Turi e Cantine Imperatore ad Adelfia (Ba). In Magna Grecia, Felline a Manduria e infine in Salento, Duca Carlo Guarini a Scorrano (Le). Come di consueto per tutte le edizioni di Cantine Aperte, si è liberi di organizzare il proprio itinerario supportati dalla speciale mappa delle aziende partecipanti disponibile su Google Maps. Selezionando la singola cantina si potranno conoscere orari di apertura e programma delle attività, oltre a ricevere le indicazioni esatte su come raggiungere l’azienda e creare il proprio percorso. Per prepararsi al meglio alle degustazioni è consigliabile visitare il sito www.mtvpuglia.it  oppure scaricare le app: “Ampelopuglia” per maggiori dettagli sui DOP, i territori e i principali vitigni autoctoni dei vini di Puglia; “Top Wine Destination” per le opportunità di enoturismo e di turismo rurale offerte nelle cantine socie e nei più bei territori vitivinicoli, per scoprire la Puglia del vino 12 mesi all’anno.

 

Wine Apps, a Wine2Wine la guida alla sopravvivenza sugli smartphone

Il futuro della comunicazione del vino si gioca anche sugli smartphone, in quel variegato universo di funzionalità garantito dalle applicazioni: shopping, ma anche interazione, socializzazione, marketing e comunicazione.

Se n’è discusso su vari tavoli – e in vari seminari di confronto – a Wine2Wine 2017, che ha proposto più sezioni tematiche sulle Apps, in un viaggio tra le applicazioni più utilizzate, da Vivino a Delectable passando per Cellar Tracker, Wine-Searcher e tante altre ancora, con indicazioni non solo per chi le usa, ma anche per i produttori di vino perché possano sfruttarle al meglio nelle proprie strategie di business.

Uno dei seminari più seguiti è stato quello guidato da Mike Madaio, giornalista del settore vino, uno dei maggiori esperti di commercio digitale e dell’online customer experience, nonché ambasciatore del vino italiano per la Vinitaly International Accademy, ed oggi punta di diamante di Undiscovered Italy.

Senza entrare nel merito delle singole applicazioni, che ognuno può e deve scoprire da solo (😊) quel che rileva è l’analisi generale: in molte app al centro ci sono i mercati, in altre prevalgono i consumatori con le loro idee e le loro recensioni; in altre ancora lo shopping e il rapporto commerciale. Alcune ruotano intorno alle etichette, altre sono particolarmente semplici e intuitive. Altre ancora – e non sono poche – si perdono nella miriade di funzionalità proposte al punto che, alla fine, ci si dimentica del vino e si arriva a dubitare che davvero sia il vino al centro di tutta l’applicazione.

Wine2Wine per ovvie ragioni si è focalizzata in particolare sui market places: l’offerta anche in questo campo è però estremamente variegata (peraltro arricchitasi dalla discesa in campo di Vivino che da un mese circa propone anche l’acquisto diretto di vino con un click). Tocca quindi ali produttori discernere bene le varie opportunità: le “dritte” degli esperti concernono non solo la platea di utenti (il “target” di riferimento, rappresentato da chi ha effettuato il download) quanto soprattutto dai costi vivi da affrontare: fee d’ingresso, canoni mensili, percentuali sulle vendite, garanzie rispetto ai compensi da corrispondere sule transazioni effettive (e non anche sulle vendite “virtuali”: perché purtroppo, accade anche questo).

Un ulteriore consiglio lo aggiunge lo staff de “i Vini del Ventaglio”: curate la vostra visibilità sulle App inviando le foto delle etichette dei vostri vini prima che lo facciano gli utenti (che spesso utilizzano smartphone con fotocamere rudimentali e senza particolari accorgimenti e perizia). È possibile inviare immagini e schede descrittive a quasi tutti i gestori d App, chiedendo l’inserimento. Non costa nulla, ma aiuta a crescere in visibilità. È importante, fondamentale, essere presenti quando qualcuno cerca la propria etichetta, il proprio prodotto. Ed esserci con informazioni qualificate ed una immagine fotografica ben fatta è di estrema importanza. Prima che lo faccia un utente qualsiasi, quindi, è bene attrezzarsi e provvedere.